Certo
chiunque il giorno di Natal si attenderebbe tanti doni, ad esempio una
qualificazione raggiungibile con due risultati utili su tre, una goleada per
tutti i tifosi presenti allo stadio e per chi da casa ansimava di fronte ai
colori azzurri, una bella partita per la quale sentirsi fieri di essere italiani…
E
invece nessun regalo è giunto dal Natale brasiliano, ma solo un coacervo di
rabbia e di delusione provenienti da un’eliminazione che, al di là dell’arbitraggio
scandaloso di un altro Moreno, con l’espulsione di Claudio Marchisio, il più
corretto dei giocatori esistenti, e dell’istinto da vampiro di Luis Suarez
sulle dure carni di Giorgio Chiellini, abbiamo meritato profondamente ed
ineccepibilmente…
D’altronde
il passaggio del turno era stato ampiamente compromesso col Costarica, in un
partita abulica da parte nostra, dove spinti dall’entusiasmo del risultato
positivo con l’Inghilterra, siamo entrati in campo forse troppo convinti di
vincere, e che invece abbiamo perso contro una compagine non esaltante, ma
forse coi piedi ben più piantati per terra dei nostri…
Le
motivazioni di questa ennesima giornata nera per il calcio italiano vanno però
ricercate anche in una guida tecnica non all’altezza che ha puntato troppo su
fantomatici campioni, capaci solo di tante parole, magari twittate, ma pochi
fatti sul campo che è quello che più conta…
La
partita, sebbene ancora sullo 0 a 0, l’abbiamo persa a partire dal minuto 45’,
quando Prandelli palesava il suo fallimento e il crollo delle sue convinzioni,
lasciando negli spogliatoi l’ex super Mario d’Italia, che detto tra noi, magari
avesse avuto l’entusiasmo e lo slancio atletico del supereroe dei videogiochi,
del quale onestamente in comune ha solo il nome…
Tutto il resto, l’espulsione di Marchisio, il gol preso a 10 minuti dalla fine, in
fondo sono solo dettagli, la parola chiave di questo percorso è “confusione”
tecnica e tattica evidente nei moduli ogni volta differenti, ogni volta nuovi,
mai provati, negli interpreti mai degni, è “l’orgoglio dei pochi”, dei
veterani, giustamente amareggiati dalla codardia dei molti “ominicchi”, pseudo
idoli, venerati da una stampa a senso unico che oggi si ritrova a scrivere a
carattere cubitali titoli tutt’altro che idilliaci…
E
tra gli addii sacrosanti di Prandelli e di Abete, si manifesta anche quello di
Andrea Pirlo, l’ultimo dei maestri del calcio che chiude con l’azzurro nel
giorno più umiliante della storia della nazionale italiana e che per fortuna
avrà ancora modo di regalarci magie in bianconero per un riscatto che gli è
dovuto…
A 8
anni da Berlino, il cielo è sempre più grigio e l’azzurro è sempre più sbiadito
e non vivo e lucente come vorremmo, per ritrovarne la vividezza ci vorrebbe il
miglior Michelangelo, ma in fondo ai tempi di oggi basterebbe anche un buon
Photoshop…
Non
lo so se il calcio nostrano è morto, di sicuro so che stanotte è morto un
ragazzo di appena 27 anni e dopotutto, oltre ogni colore o fede, oltre ogni
inutile e superflua parola, è proprio questa la più grande sconfitta, il fatto
che si possa ancora morire di calcio, quando di calcio si dovrebbe vivere…
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